"Il manifesto
cinematografico nella pubblicistica italiana"
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Questa pagina raccoglie una serie di
articoli pubblicati sui quotidiani, o inseriti in libri e pubblicazioni, tutti dedicati al
cartellonismo italiano ed ai suoi più noti protagonisti
| "Il cinema dipinto" di Stefano Dello Schiavo. Galleria dArte Mascherino, Roma | |
"Il naso sul manifesto" di Milo Manara. In "Eroi di Mille Leggende", 1993 Grafis Ediz |
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"Le volpi della mamma. Ovvero: arte e memoria delle locandine" di Franco La Polla. In "Eroi di Mille Leggende", 1993 Grafis Ediz. |
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"Il cinema raccontato sui muri" di Silvia Di Paola. Il Resto del Carlino, 24 novembre 1995 |
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"Stelle di carta" di Serena Comelato. Arte, dicembre 1995 |
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"Note per una storia "materiale" del cinema" di Vittorio Boarini. In "Eroi di Mille Leggende", 1993 Grafis Ediz. |
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"Le icone del desiderio" di Sergio Naitza. In "Il cinema immobile", 1997 - L'Alambicco |
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"Prefazione" di Ezio Raimondi. In "Eroi di Mille Leggende", 1993 Grafis Ediz |
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"Come ti manifesto il film" di Franco Montini. "Il Venerdì" di Repubblica, 28 aprile 1995 |
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"Pittori di cinema" di Sergio Naitza. In "Il cinema immobile", 1997 - L'Alambicco |
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"Cinema dipinto" di Priscilla Del Ninno. Il Secolo d'Italia, 10 giugno 1995 |
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"Pittori sul grande schermo" di Giovanna Grassi. Corriere delle Sera, 24 novembre 1995 |
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Catalogo della Mostra "Il cinema dipinto" di Carmine Cianfarani. 22 novembre 1995, Palazzo delle Esposizioni, Roma |
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In "Eroi di Mille Leggende", 1993 Grafis Ediz. Di Concetto Pozzati. |
di Stefano Dello Schiavo. Galleria dArte Mascherino, Roma
(..) Gli artisti del manifesto riescono, con uninfinità di soluzioni, a fondere sinergicamente illustrazioni, titoli, montaggio di immagini e di colori per realizzare quello che è il fine del manifesto, ovvero mostrare lessenza del film e contemporaneamente colpire lattenzione del pubblico; grazie allabilità di alcuni artisti si arriva al paradosso per il quale, mentre col passare del tempo molti film vengono dimenticati, i relativi manifesti pubblicitari assumono una luce ed un fascino differenti, riflettendo sinteticamente i costumi, gli stili e i tempi in cui furono realizzati, entrando così a far parte del nostro patrimonio culturale.(..)
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Il naso sul manifesto"di Milo Manara, da "Eroi di Mille Leggende", 1993- Grafis Ediz.
Da bambino pensavo che gli autori dei manifesti del cinema fossero i più grandi
artisti mai esistiti in ogni tempo. Altro che Michelangelo. Altro che Van Gogh.
Cera una tale potenza e contemporaneamente un tale realismo in quelle immagini che
ne ero totalmente soggiogato. Mi affascinavano molto di più degli stessi film. Anzi,
sapevo benissimo che poi, andando a vedere il film, non avrei trovato quella scena così
eloquente, così simbolica che era rappresentata sul manifesto. In ununica scena,
rappresentata a tinte forti e drammatiche, era racchiuso molto di più di quanto il film
mi avrebbe poi raccontato in unora e mezza.
E poi il manifesto era un oggetto. Era vero, reale, non era unimmagine fuggevole,
fatta di luce, che non potevi mai veramente guardare a tuo piacimento. Il manifesto te lo
potevi rimirare in pace finché volevi. Potevi abbandonarti comodamente nel tentativo di
penetrare il mistero della lucentezza di certe labbra, del bagliore di certi occhi. Le
figure non erano mai rappresentate in pose banali, normali, quotidiane. Erano sempre degli
eroi còlti nel pieno del loro gesto assoluto.
Al manifesto ti potevi avvicinare tantissimo, fino a toccarlo col naso, e allora le
rapide, sapientissime pennellate non si vedevano più. Si stemperavano un nellaltra
in masse colorate confuse, fatte di puntini sgranati che, visti da così vicino, vivevano
una propria realtà autonoma, segreta, staccata dal film, staccata dalle figure, staccata
da tutto.
Credevo di essere il solo ad aver scoperto questa meraviglia. Gli altri si godevano i
manifesti da lontano. Alcuni, addirittura, si limitavano a leggerne le parole. Nessuno
sapeva di quel brulicare di puntini, laggiù.
Io non ho mai avuto il coraggio di strappare un pezzo di manifesto per portarmelo a casa,
ma altri ragazzi lo facevano ed una volta successe che un ragazzo, strappando un
manifesto, dividesse a metà il volto che gli interessava e buttasse via deluso il
brandello. Ovviamente lo raccolsi io e me lo portai a casa. Era un oggetto che non aveva
più nulla di cartaceo, con uno spessore impressionante, fatto di svariate stratificazioni
successive, che addirittura sul retro conservava delle chiazze di muro. Lo tenni per molto
tempo, scrutandone affascinato i puntini.
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Le volpi della mamma. Ovvero: arte e memoria delle locandine"di Franco La Polla. Da "Eroi di Mille Leggende", 1993 Grafis Ediz.
Larte del manifesto cinematografico: concentrare in unimmagine
lintero plot, riassumere hegelianamente in una "figura" tutte le altre.
Pure, si tratta di una definizione generale e per certi versi astratta. A differenza dal
film che è quello che è nel caso di opere straniere il manifesto (e la
locandina) si adatta alla cultura ospitante, denuncia non solo i sogni di quella che ha
concepito il film ma anche di quella che lo riceve.
In questo senso il manifesto equivale a una recensione popolare invece che dotta, a uno
sguardo sullopera che non è solo colto ma vivace, fresco, attivo, creativo. Esso ne
coglie il potere mitopoietico, il senso di avventura, di forma, di fascinazione,
l'impressione di un volto, lepifania di una situazione. E lo fa con le
sottolineature delleccesso, dellevidenziazione, della denotazione forte e
retorica.
Il manifesto si assume il difficile compito di mantenere nellimmobile la
drammaticità di espressioni e situazioni, e lo deve fare nel rispetto dei fantasmi che la
cultura ospitante ha sedimentato, nella coscienza di esperienza della storia e della
cronaca che il film non propone necessariamente: una sorta di "doppio film" che
riassume quello originale e che nel contempo tiene conto di quanto il potenziale
spettatore è diverso da quello nativo.
Una riflessione del genere richiederebbe ben altro che qualche pagina commentativa, e del
resto gli studi in questo senso sono in Italia già incominciati. Ben consci dunque di
questo meccanismo di differenza culturale che si risolve in adeguamento
dellimmaginario nei dettagli, nello stile, nei modi di presentazione
dellimmagine, quale discorso iconografico suscita il tesoro figurale dei manifesti e
delle locandine di un cinema che di per sé è da tempo entrato nel mito? Quali sogni
rievoca, quali notazioni suggerisce, quali segreti del resto mai celati esso
rivela?
La dominante della composizione si identifica nella giustapposizione di un primissimo
piano disegnato e di una fotografia a campo più largo che ritrae usualmente più attori. E' un po come servire allo spettatore un
campione diretto di quel che nel film troverà ed uno invece che è in anticipo una
distorsione onirica. Niente di surreale, ma una specie di filtro affidato ad un impiego
sovracuto del colore (quasi sempre il rosso e il blu). Insomma, il manifesto si adegua
alla natura immaginaria del cinema, e la denuncia subito. E con tale iteratività da non
rendere possibile il sospetto di una specificazione ("in questo film John Wayne ha
questa valenza immaginaria") ma da trasmetterci subito, e intensamente, che quello è
il modo in cui lattore o lattrice resteranno come già sono nel
nostro immaginario indipendentemente dalla parte che rivestono nella singola pellicola.
Il manifesto insomma è una celebrazione del mito attoriale (e più largamente
cinematografico) e come tale esso intende attrarre lo spettatore, sollecitarne la fantasia
e la stessa memoria.(..)
"Il cinema raccontato sui muri"
Centanni di cinema. Lopera dei maestri italiani in mostra a Roma. Da decenni segnano il primo incontro coi film. E ora fanno parte della memoria di tutti
di Silvia Di Paola."Il Resto del Carlino", 24 novembre 1995
Roma Il cinema? E un mondo di storie tradotte in bozzetti grandi quanto
quadernoni di scuola. Un percorso in cui ci si può perdere per una manciata di immagini
improvvisamente gettate contro i tuoi occhi di spettatore. Cioè di potenziale divagatore.
Cioè di avido sognatore. (..)
Dice Carmine Cianfarani, presidente dellAnica: "Ricostruire la storia del
cinema attraverso lopera dei pittori del cinema è una scelta che finora nessuno
aveva mai pensato di adottare, almeno non in maniera così ampia ed articolata, e
soprattutto attraverso bozzetti originali, vere e proprie opere darte, piuttosto che
attraverso i manifesti stampati". E, si capisce, che questo è il modo con cui
unistituzione fondamentale come lAnica intende rimediare ad una grave lacuna:
alla dimenticanza di uomini e professionalità che hanno sintetizzato lincontro tra
arte e impresa.
Perché, si sa, il cinema non ha mai smesso di celebrare i suoi registi e i suoi
sceneggiatori, i suoi attori e i suoi scenografi, i suoi direttori della fotografia e i
suoi costumisti, e i suoi direttori della fotografia e i suoi costumisti, i suoi
compositori e i suoi produttori. Ma chi li ricorda, oggi, questi disegnatori e questi
pittori che su un foglio grande quanto due palmi di mano esprimevano, fino alla metà
degli anni Settanta, il tentativo di catturare e affascinare il pubblico attraverso
lesaltazione degli elementi creatori di unatmosfera e, dopo,
quellirrinunciabile artigianalità che è componente essenziale del cinema, anche
oggi, dentro luniverso computerizzato? Pochi, pochissimi, un nugolo di cinefili e i
soliti addetti ai lavori. Eppure i loro disegni e i loro colori appartengono alla memoria
di tutti.(..)
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Stelle di carta"Un secolo di grandi film brilla su manifesti da collezione. Quando l'Italia faceva scuola
di Serena Comelato. "Arte", dicembre 1995
La fabbrica dei sogni ha passato ottantanni buoni a farsi pubblicità con i manifesti, e quei fogli di carta, come le canzonette, sono diventati lo sfondo di milioni di privati amarcord capaci di "riportarti a certi momenti della tua vita, impedendoti di perderli", come sosteneva unautorità in materia, Federico Fellini. Disegnati da centinaia di artisti geniali o mediocri, tirati in migliaia di copie, i cartelloni cinematografici iniziavano la loro parabola, intonsi e smaglianti, sui muri del centro e allingresso delle sale di prima visione, per poi seguire la pellicola in quelle di seconda e di terza, nei cinema di provincia e tra le precarie attrezzature degli oratori, via via sempre più scassati e frammentari. Qualcuno, finiti la programmazione, convinceva il gestore a vendergli per poche lire (o pochi dollari o pochi pence) le locandine o i manifesti di un film che era diventato parte della sua vita. Chi ha conservato questi cimeli oggi potrebbe accorgersi di aver fatto un discreto affare: le affiches depoche (dai primi del secolo alla fine degli anni 60) sono diventate un oggetto di collezionismo sempre più ricercato. Fino a record che, impensabili in Italia, sono stati raggiunti negli Stati Uniti, dove cè il maggior mercato per questo genere di colectibles: un manifesto originale del Frankenstein del 1931 di James Whale è stato comprato per quasi 250 milioni di lire in unasta a Hollywood del 1993. Era lo steso manifesto che alluscita del film costava 10 cents ai gestori del cinema: se ne conoscono quattro copie superstiti, e ciò spiega il record. La rarità è il lievito delle quotazioni in questo mercato, dove i pezzi più ricercati come i manifesti dei classici americani degli anni Venti, Trenta e Quaranta, dagli horror movies a Chaplin, dai western alla fantascienza sono scomparsi negli anni, incollati sui muri o mandati al macero. "Di alcuni classici come Riso amaro non esistono originali spiega Stefano Dello Schiavo del Mascherino di Roma, una galleria darte che però per passione del titolare, collezionista in proprio segue questo mercato abbastanza da allestire, la primavera scorsa, una bella mostra, Il cinema dipinto. "Se negli Stati Uniti si potevano tirare anche quindicimila copie di unaffiche, in Italia si viaggiava sulle tre-quattromila. Paradossalmente, allora se ne stampavano più di adesso, perché una volta i cinema erano molti di più". La competizione, quindi, è forte; i prezzi sono destinati a salire, soprattutto in Italia, dove questo mercato prospera solo da un paio danni. E i collezionisti vanno dove li porta il cuore: comprano un manifesto perché sono affezionati a quel film, o perché sono dei fan di un attore, come John Wayne, James Dean, o Bogart. E stato proprio un collezionista americano amante di Bogey a segnare, pagando più di 40 milioni da Christies Londra lo scorso marzo, il record per un cartellone italiano, quello disegnato nel 1945 da Luigi Martinati per Acque del Sud. Martinati, con Anselmo Ballester e Alfredo Capitani, forma la massima triade di illustratori italiani, gli unici collezionati anche fuori dal nostro paese. "Comunque, il valore di un cartellone, dipende dal film e dallattore a cui è legato, molto più che dalla firma del disegnatore", dice Bettina Rosenfeld di Butterfield & Butterfield, la casa dasta californiana che, a Los Angeles, organizza periodicamente vendite di memorabilia filmiche e vintage movie posters. In queste asta passano soltanto manifesti, di vari formati. "Invece in Italia, quasi tutti i collezionisti, per ragioni di spazio e praticità, hanno comprato locandine, il cui valore è quasi nullo", dice Dello Schiavo. Che ha un occhio di riguardo per due sottospecie di questo collezionismo: i manifesti dartista e i bozzetti. Da Guttuso (per Riso amaro) a Vespignani, Da Baj (per Cadaveri eccellenti) a Mondino, gli artisti italiani hanno incrociato le loro strade con quelle del cinema, e vale la pena di cercare qualche campione di questa produzione. Nella trafila di stampa, invece, il bozzetto originale (di solito una tempera su carta) finiva perlopiù distrutto. Ma quelli che sono rimasti, firmati da grandi come i fratelli Enzo e Giuliano Nistri, Angelo Cesselon, o Anselmo Ballester, possono valere più del manifesto finito. Oppure costare poche centinaia di migliaia di lire. La cosa più difficile è, avverte Dello Schiavo, raccapezzarsi nel carosello di tirature. Le prime edizioni spariscono rapidamente (non ne esistono per tutti i film di Dean), e, quando ci sono, la differenza è abissale: la prima tiratura dellaffiche di una pellicola recente come Terminator vale un milione di lire, mentre i poster successivi costano 5-10 dollari. Ma sono le estreme propaggini di un mercato che invece prospera ad altri livelli di prezzo. "Un buon manifesto costa 10-15 milioni", dice Dello Schiavo. Tanto spende, in media, un collezionista per appendere in casa propria una fettina di storia del cinema, e un pezzo di quella stoffa come diceva Bogey di cui sono fatti i sogni.
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Note per una storia "materiale" del cinema"di Vittorio Boarini. Da "Eroi di mille leggende", 1995, Grafis Ediz.
(..) Tale pubblico, primo giudice delle opere cinematografiche, è "indotto"
a fruire i film anche a tipici meccanismi promozionali dei quali fanno parte integrante e
fra i quali hanno, ed hanno avuto, soprattutto in passato, una funzione decisiva i
manifesti.
Non intendo qui soffermarmi in termini storico-filologici sullimportanza
documentaria dei manifesti e sulla conseguente necessità di metterli a disposizione dei
ricercatori o di ordinarli in insiemi coerenti per un pubblico non specializzato, ma non
posso tacere il caso più clamoroso (e più ovvio) in cui la funzione postuma del
manifesto assume unimportanza decisiva.
Come non a tutti è noto, larte cinematografica è, fra tutte le arti, la più
intrinsecamente deperibile (il supporto materiale dei film si degrada più o meno
rapidamente, ma inesorabilmente) e, anche per complesse ragioni socio-economiche, la più
soggetta a distruzione. E ciò non solo per quanto riguarda il passato (dalle origini agli
anni Trenta si calcola che di tutti i film prodotti nel mondo ne resti a malapena il 20%),
poiché anche film relativamente recenti, come molti film italiani degli anni Settanta,
per esempio, sono andati irrimediabilmente perduti.
Succede allora frequentemente che di un film resti soltanto, a futura memoria, una
documentazione cartacea (la carta, è noto, sfida i secoli, o sfidava, con grande
sicurezza) e che lunica fonte iconografica, attraverso la quale avere almeno
unidea visiva dellopera perduta, siano alcune fotografie o una serie di
locandine e di manifesti.
In tal modo il manifesto, in particolare se riportava uno o più fotogrammi del film a cui
si riferiva, può essere lunica testimonianza iconografica di unopera perduta,
lunico elemento che ci consenta di conservare almeno unimmagine di un film
scomparso. Questo, per portare un esempio solo ma particolarmente cospicuo, è il caso di Sperduti
nel buio (Martolio, 1914), mitico film italiano del quale ormai nessuno può avere
memoria diretta. Trafugata lunica copia esistente, almeno così pare, dalla Cineteca
nazionale ad opera dei nazisti e mai più ritrovata, ciò che sappiamo di questo film lo
dobbiamo a testimonianze scritte, anche assai autorevoli, le quali ci fanno ritenere senza
ombra di dubbio che fosse unopera di fondamentale interesse per la storia del cinema
muto italiano (ebbe anche uno straordinario successo di pubblico ed un remake,
girato nel 1947 e interpretato da De Sica, che collaborò alla sceneggiatura con Cesare
Zavattini e Aldo Vergano). La memoria visiva di un frammento significativo dellopera
è affidata alliconografia cartacea, grazie alla quale i protagonisti del film,
Virginia Balistreri e Giovanni Grasso, possono restare nel nostro immaginario con notevole
forza evocativa.
Non spetta a me soffermarmi sui criteri che hanno informato la mostra, poiché altri
intervengono autorevolmente sullargomento in questo stesso catalogo. Voglio solo
insistere sul fatto che, nel periodo a cui i manifesti appartengono, questa forma
pubblicitaria costituiva la prima e fondamentale notizia che gli spettatori ricevevano di
un film e che su di essa si fondava spesso la decisione del singolo di andarlo o meno a
vederlo. Le case di distribuzione, quindi, per confezionare i manifesti dovevano basarsi
sulle tecniche di comunicazione di massa e tenere in debito conto la psicologia del
pubblico a cui si rivolgevano, cosa che comportava spesso di differenziare la forma
espressiva nella quale si portava un film allimpatto con i possibili spettatori a
seconda dei paesi nei quali veniva diffuso. Se a ciò si aggiunge che non infrequentemente
si ricorreva a grafici di sperimentata abilità e, a volte, affermatisi per le indubbie
doti squisitamente creative, si avrà un quadro schematico, ma chiaro, del rilievo che i
manifesti assumono nella riscrittura attualmente in corso della storia del cinema. Si può
anche aggiungere che non è raro trovare manifesti il cui bozzetto fu eseguito da un
grafico di straordinario talento o, addirittura, da un pittore che si esercitava anche
nella grafica; manifesti, cioè, che possiedono anche un valore estetico indipendente dal
loro soggetto specifico. Questo aprirebbe un altro e più complesso discorso che
meriterebbe una trattazione a parte, anche in considerazione del fatto che Bologna offre
alcuni illustri esempi in questo senso; primo fra tutti quello di Severo Pozzati (SePo),
operante per molti anni a Parigi e autore di un film di avanguardia, Sinfonia Bianca,
prodotto dalla Felsina Film e ritenuto perduto.
Per parte mia segnalo solamente, a chi vorrà raccogliere lindicazione lo
straordinario interesse di tale argomento, mentre formulo, a conclusione di queste
annotazioni, lauspicio che continui a crescere linteresse anche per i
materiali cinematografici non filmici, e di conseguenza si potenzi lintervento teso
alla loro conservazione da parte delle istituzioni a ciò preposte, contribuendo così ad
affermare la concezione, ancora purtroppo minoritaria, che il cinema e la sua storia si
fondano su uno spettro assai ampio di testimonianze e di reperti (cui aggiungo, per
completezza, le tecnologie), senza la disponibilità materiale dei quali la comprensione
della settima arte, del significato profondo della sua quasi centenaria vicenda resterà
in larga misura parziale.
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Le icone del desiderio"di Sergio Naitza. Da "Il cinema immobile", LAlambicco 1997
Una collezione di manifesti di cinema. Passione e mania comune, banale, anche
infantile. Ma con una "perversione" tutta particolare: solo manifesti di film
popolari, la feccia dei generi e sottogeneri, la serie Z. Titoli che a sentirli oggi ti
vien da ridere, eppure fino a ventanni fa reggevano le sorti economiche
dellindustria cinematografica italiana. Perché allora le sale erano frequentate, il
film poteva cambiare da un giorno allaltro e il pubblico comunque gradiva, Non
cera linvadenza oppiacea della tv, il cinema era passatempo e trasgressione,
abitudine e relax. Qualunque fosse il menù.
Era bello, allora. La vertigine del sogno, lozio del corpo perso in una tensione
magmatica, la sicurezza del bozzolo scuro che accendeva passioni e desideri, lutopia
a portata di mano. Perché questo era il vero miracolo: un western stiracchiato, un horror
sbiadito, un poliziesco fragoroso, un erotico tedioso, un comico annacquato, un melodramma
da sbadiglio, un giallo asfittico, avevano la stessa energia, nella loro insulsaggine
trovavi sempre un appiglio magnetico. Poteva essere una battuta, una sequenza bislacca, un
corpo di donna. Poteva essere un furioso duello, un estenuante inseguimento, un bacio
romantico, uno sketch da avanspettacolo.
Come impossessarsi di tali sensazioni, come poterle continuare a proiettare dopo che il
film era finito? Inscatolare tutto nella memoria, stipare emozioni e brividi, per esempio:
ma con il rischio di cadere nei buchi neri dellamnesia. Cera solo un modo,
dunque: appropriarsi di un pezzo di film, nella sua icona, della sua anima: il manifesto.
Ovvero il film morto, immobilizzato nella sua maestosa fisicità, ritratto tombale
grondante di illusioni, cornice colorata per rimemorizzare la storia o resuscitare
lamato divo, moviolone cartaceo di sentimenti di sentimenti da ripassare al
rallentatore. Non esistevano le videocassette, venti, venticinque anni fa e la tv non
ingurgitava e vomitava la pellicola ad ogni ora: adesso si può replicare ossessivamente
fino a consumarla, a svilirla nella sua misteriosa alchimia, limmagine di un film.
Ma allora potevi soltanto affidarti al manifesto per riassaporare lo sfrigolio eccitante
di quella pellicola che taveva divertito, commosso, affascinato, turbato. Il
manifesto era lunico mezzo per un viaggio iniziatico, la porta segreta verso
unaltra realtà che percepivi frastornante, un bollire di umori e vibrazioni. Era
una promessa di seduzione, unesca alla quale abboccavano il tuo tatto, olfatto,
udito, vista; il manifesto ti chiamava ad una maliziosa complicità, ti stordiva con un
titolo magniloquente che mai manteneva quel che prometteva, ti incantava coi suoi colori
sgargianti e un disegnone rozzo, sulfureo, elettrizzante oppure inusualmente folgorante,
originale e raffinato.
Rubare il manifesto, chiederlo in prestito e non restituirlo, convincere il gestore a
conservarne uno tutto per te, "sì anche quelli piccoli per favore", qualche
volta frugare nei cassonetti dei rifiuti: era un rito strabico, gestito
dallincoscienza della passione, via crucis che sfidava ogni faccia tosta. La
consolazione era dessere in buona compagnia: lo faceva Francois Truffault che in Effetto
notte sognava da bambino di rubare le locandine di Quarto potere. Come dire, un
atto di cannibalismo, il modo definitivo di impossessarsi del cinema. IL manifesto è un
film ingessato, bloccato e chiuso nella cornice dellinquadratura: se chiudi gli
occhi e poi li riapri trovi sempre davanti il tuo oggetto damore, mentre il film si
muove, cammina e automaticamente si trasforma.
IL manifesto è un muscolo teso e bloccato in uno sforzo, è la morte del film ma anche la
sua resurrezione, è reliquia e sguardo che ci guarda. (..)
Il gioco in fondo è quello di andare a rileggere il cast per scoprire nomi scivolati nel
nulla oppure oggi rivalutati dalla critica, ritrovare facce che nel sogno adolescenziale
erano state promosse a miti. Imbattersi nel film visto tanti anni fa in chissà quale sala
e riconoscerlo come quando si incontra un vecchio compagno dinfanzia. IL manifesto
parlava e parla: ci racconta di unepoca che pativa la severa mannaia della censura,
privilegiava la donna-oggetto e luomo-eroe, gigioneggiava con la goliardia e la
barzelletta, le pulsioni di libertà ed eccessi di avventure strabilianti. E quando non
sbatteva, appetitoso antipasto, i fotogrammi o le scene più forti del film, il manifesto
affidava ad una stirpe di creativi pittori- ormai mandata in pensione, purtroppo- il
compito di reinventare la suggestione della storia. Che stuzzicava, solleticava,
imbrogliava lindeciso spettatore. A loro, a questi geniali cartellonisti, va il
merito daver costruito il nostro immaginario, daver allenato a nuove
percezioni il nostro nervo ottico. Un artigianato di qualità vissuto nellombra, un
esempio di comunicazione diretta fondata sul pennello e non sul computer. Nei loro lavori
cè la quintessenza del cinematografo, il suo essere Jekyll e Hyde allo stesso
tempo: arte e mercato, alta pittura e semplice illustrazione, inventiva creativa e
sarabanda di stereotipo.
Detriti della memoria, lacerti dun corpo avvizzito, riflessi e bagliori lontani di
emozioni sopite, questi manifesti chiedono solo dessere guardati con lo stesso
spirito di rumorosa, allegra, grata partecipazione dello spettatore di venti,
trentanni fa. Anche loro, semplici lenzuola di carta, sguaiati imbonitori appesi ad
un muro, fanno parte della grande famiglia del cinema.
"Prefazione". In "Eroi di Mille Leggende", 1993 - Grafis Ediz.
di Ezio Raimondi, Presidente dellIstituto per i Beni culturali della Regione Emilia-Romagna
(..) Intanto non sembra dubbio che , al di là della distinzione tra cultura "alta" e "bassa", tra arti maggiori e minori, i manifesti cinematografici costituiscono a pieno titolo un bene culturale: un bene culturale da conservare, catalogare, studiare e valorizzare, non solo in quanto supporto documentale prezioso per la storia del cinema, ma anche come espressione artistica autonoma, repertorio di una mitologia moderna ma stratificata (come sapeva già Aby Warburg), enciclopedia "a dispense" dellimmaginario di un epoca. Ed è unepoca ancora prossima a noi, ma già oggetto di ricordo e forse di nostalgia, quando, prima dellavvento totalizzante della televisione, il manifesto era lunico strumento pubblicitario a cui potevano affidarsi le case di distribuzione cinematografica. Ma va subito aggiunto che si tratta di uno strumento comunicativo solo in apparenza povero e schematico; in realtà, come spiega con la consueta acutezza Antonio Faeti in uno dei saggi del catalogo, la sua retorica si dimostra estremamente efficace, insinuante, di grande suggestione e potenza evocativa. Ciò emerge anche, con il fascino dellautobiografia personale, nei ricordi di Federico Fellini e Milo Manara e nella testimonianza "dallinterno" di un autore inventivo come Silvano Campeggi. Conviene dunque fermare lattenzione sul "corpus" di forme, contenuti, tecniche compositive, soluzioni grafiche di questi racconti fulminei di una pagina, riscoprendo il meccanismo che governa la loro capacità di condensare una trama e una narrazione complessa in unimmagine assoluta immediatamente significativa, insieme con il rapporto di complicità veloce e felice, che si instaurava sempre con il pubblico più diverso. (..)
"Come ti manifesto il film"
Cinema al muro
di Franco Montini. "Il Venerdì" di Repubblica, 28-4-1995
Roma. La più bella definizione lha coniata Fellini: "I manifesti
cinematografici" diceva "sono come le canzonette: ti riportano a certi momenti
della tua vita, impedendoti di perderli. Ti riportano non tanto e soltanto al film, quanto
alle loro stagioni, al clima e al sapore di unepoca".
Verissimo: il manifesto cinematografico, infatti, è sempre figlio del suo tempo, si
distingue da ogni altra forma di pubblicità perché è una summa di umori, sapori,
immagini, suoni, atmosfere di un certo periodo. Una sorta di specchio in cui si riflettono
i costumi, la moda, i gusti di unepoca. Proprio per questo, col passare degli anni,
i manifesti di cinema assumono un fascino particolare, diventano tutti, belli o brutti che
siano, originali o banali, interessanti o evocativi. Da qui la nascita di un collezionismo
con quotazioni ormai milionarie, lapprodo nei templi dellarte. A Roma, alla
galleria Il Mascherino, fino al 27 maggio, ha successo la mostra "Il cinema
dipinto", manifesti, bozzetti originali, schizzi preparatori, disegni, firmati da una
trentina di artisti storici. Accanto ai cartellonisti di professione, non mancano presenze
illustri di pittori che occasionalmente si sono dedicati al cinema: da Guttuso di cui è
esposto un disegno per Riso amaro, a Cagli autore di un rarissimo manifesto di Accattone,
da Vespignani, coinvolto da Francesco Rosi per I magliari, a Cambellotti di cui si
possono ammirare i due manifesti dei primi del secolo: Frate sole e I
condottieri. La mostra del Mascherino, aperta il pomeriggio dal mercoledì al sabato,
è nata da unapprofondita ricerca presso collezionisti, case cinematografiche,
tipografie, gli stessi cartellonisti o i loro eredi. Gran parte degli originali, infatti,
sono andati perduti o finiti chissà dove; per un lungo periodo nessuno si è mai
preoccupato di conservare bozzetti e schizzi, che il più delle volte finivano per marcire
in depositi e scantinati umidi. Neppure i diretti interessati hanno avuto la capacità di
prevedere che i loro disegni sarebbero diventati merce pregiata, forse perché abituati,
per anni, a scarsissima considerazione da parte dei committenti.
Il numero dei cartellonisti di cinema, anche negli anni doro del consumo di film sul
grande schermo, è esiguo: il lavoro richiedeva tempi di realizzazione rapidissimi, una
disponibilità pressoché assoluta, era economicamente poco remunerativo e scarso di
soddisfazioni personali.
Eppure in epoca pre-televisiva il manifesto cinematografico è stato lunico
strumento per promuovere un film e informare il pubblico. Riconoscibile, immediato,
vistoso, volutamente manicheo, il manifesto invitava a una netta distinzione tra buoni e
cattivi, protagonista e antagonista. Doveva far sognare e muovere il desiderio: importante
il tema dellerotismo; sui manifesti degli anni 30, 40, 50,
indipendentemente dal genere, trionfano le maggiorate, le bellezze spudorate, le pose
equivoche, le passioni irrefrenabili...
Il divismo celebra i propri trionfi con gigantografie di attori ed attrici che appaiono
ancora più belli, più affascinanti, più desiderabili di quanto non siano nella
realtà...
Ma il manifesto svolgeva anche la funzione di cartellone del cantastorie, riassumendo in
poche scene tutti i momenti topici della storia indicando chiaramente attraverso alcuni
oggetti feticcio (una pistola, una spada, un pugnale) il genere di film.
Per un ventennio, dallinizio degli anni 30 alla fine degli anni 40,
Ballester, Capitani e Martinati esercitano una sorta di monopolio. Solo dopo la guerra si
affacciano altri: Ercole Brini, Rinaldo Geleng, grande amico di Fellini, Enrico De Seta,
caricaturista che lavorò con Fellini al "Marc Aurelio", Angelo Casselon,
il ritrattista principe del nostro cinema, Manfredo Acerbo, il più innovativo, Silvano
Campeggi che si firma Nano, Ermanno Iaia, Sandro Simeoni, i fratelli Giuliano ed Enzo
Nistri, alcuni lavorano ancora ma da pittori, perché i manifesti di cinema si continuano
a fare, ma la fotografia ha sostituito la pennellata, e il fascino di una volta andato
irrimediabilmente perduto.
di Sergio Naitza. Da "Il cinema immobile","Lalambicco"-1997
I muri delle città e dei paesi erano le loro gallerie. Con due segni artistici, un
ritratto, un gioco di grafica e di colori mandavano al cinema milioni e milioni di
persone. Parlavano attraverso il manifesto: un altro schermo capace di sedurre, di far
sognare e fantasticare. Hanno costruito il nostro immaginario cinematografico, ci hanno
insegnato a vedere usando spesso buon gusto e raffinatezze. Perché dietro ogni manifesto
cera un pittore. Oggi il mestiere di cartellonista sè quasi estinto, scalzato
dal computer, comunque ha cambiato pelle radicalmente. (..)
Adesso si riparla del cartellonismo attraverso mostre e collezionisti, ci si accorge di un
patrimonio estetico e culturale troppo a lungo sottovalutato. E che ha bisogno di una
sistemazione critica e storica seria, al di là di cataloghi e libri illustrati: è il
giusto modo di risarcire questi artisti che ci hanno regalato emozioni e desideri.
"Cinema dipinto" Il manifesto darte
di Priscilla Del Ninno. Il Secolo dItalia, 10 giugno 1995
(..) Da "La strada" di Fellini a "Sentieri
selvaggi" di John Ford, passando per "Colazione da Tiffany" e "My fair
Lady" cioè, queste ultime due pellicole che più di qualunque altro film
hanno immortalato la grazia deliziosa dellindimenticabile Audrey Hepburn
sembra quasi un vivere, in carne ed ossa, un lungo, emozionante, piano sequenza.
Scenari western, immagini horror, ritratti di donne: le locandine ripropongono le scene o
i volti più significativi delle pellicole più famose. Nella rassegna risalta
leleganza e lo smalto delle opere di due grandi cartellonisti italiani: Giuliano
Nistri (La Strada, My fair Lady) ed Enzo Nistri (Colazione da Tiffany, Sentieri
Selvaggi).(..)
di Giovanna Grassi. "Corriere della Sera", 24 novembre 1995
Cinema e pittura, vocazione figurativa e gusto narrativo: un binomio collaudato
allinsegna del piacere dellocchio. (..)
Il rapporto tra il cinema e la pittura è molto complesso e lo sta diventando sempre di
più in unepoca allinsegna dellimmagine elettronica. Anche i manifesti
cinematografici, che spesso sintetizzano un film in una sola immagine plateale, sono
diventati molto sofisticati.
Di fronte a certi bozzetti di ieri sembrerà davvero di ammirare tanti "tableaux
vivants", che riporteranno attori celeberrimi, come Marlon Brando in
"Queimada" di Pontecorvo, Spencer Tracy in "Capitani coraggiosi",
Humphrey Bogart in "La città è salva", Aldo Fabrizi in "Benvenuto,
Reverendo", Romy Schneider in "Sissi a Ischia", Leslie Caron
indimenticabile "Gigi", Charlton Heston sulla biga di "Ben Hur", i
golosi Ugo Tognazzi Marcello Mastroianni Michel Piccoli Philippe
Noiret e Andréa Ferrol in "La grande abbuffata"... Lelenco è
lunghissimo, ricco di sorprese, ma, al di là dei film e degli attori più noti, che,
spesso, nelliconografia e nel tratto riportano tutta la fascinazione del loro
divismo di ieri, sarà molto interessante scoprire le personalità, le carriere degli
artisti del pennello. (..)
...
Dal catalogo della Mostra "Il cinema dipinto"
Palazzo delle Esposizioni Roma, 22 novembre 1995
di Carmine Cianfarani, Presidente Anica
Da sempre il Cinema celebra i suoi autori, registi, attori, direttori della fotografia,
compositori, scenografi, costumisti, produttori, distributori, ed altre importanti figure
professionali e tecniche, ma mai chi per questo nostro settore mette a disposizione la
propria arte pittorica per rappresentarlo e narrarlo verso il pubblico. Si tratta di
artisti di elevato talento che, attraverso la loro opera, concorrono a creare
limmagine di un film, contribuendo al suo successo. Parliamo di pittori che
meriterebbero anche una maggiore attenzione e considerazione artistica in senso assoluto.
La pittura cinematografica può essere considerata lespressione di sintesi
dellincontro tra arte ed impresa, allinterno di una concezione del Cinema che
deve far propria limmagine del settore in quanto realtà che compone forze
artistiche, tecniche ed imprenditoriali.
E' infatti chiaro che la pittura
cinematografica, almeno fino alla prima metà degli anni Settanta, ha espresso il punto
più alto dellazione comunicazionale e promozionale finalizzata ad affascinare e
catturare il pubblico attraverso lesaltazione di atmosfere e situazioni
cinematografiche che solo un vero artista è in grado di raccogliere ed esaltare in
ununica immagine pittorica. Con questa iniziativa si vuole dunque celebrare il
Cinema, ma anche lArte pittorica che in esso si esprime e che contribuisce con le
sue linee, tinte e figure, a rafforzare la cultura cinematografica nel nostro Paese e nel
mondo. (..)
Ma, ciò che può essere considerato un limite oggettivo di questa iniziativa, ne
rappresenta anche la sua forza: costituire un primo tentativo di rendere il giusto
riconoscimento ai pittori cinematografici raccontando, al contempo, la storia del cinema
attraverso loro (..)
In "Eroi di Mille Leggende", 1993- Grafis Ediz.
di Concetto Pozzati, Assessore alla Cultura del Comune di Bologna
(..) Volti, parate, addizioni, sequenze; Lo scassinatore, Il ladro, La strada.
Tarzan, La magnifica preda, Senso, tamburi (lontani?) e richiami, La fuga,
Lultimo atto, invasione, ultimatum, dilatazione fuori scala, la Verità...quasi
nuda, occhi, ancora occhi e mani, forme arabescate e avviluppate, titoli, caratteri
ombrati e assonometrici.
Faccio ancora il pittore; che sia "io un evaso"? oppure Il Gigante con J.
Dean mi riporta al "gigantismo" di quel grande "pop" che è J. Djne.
Come posso dimenticare che le immagini cinematografiche sono state la nostra palestra
iconica degli anni Settanta?
Sì, lo si sa, sono figlio e nipote di due tra i più grandi cartellonisti (e artisti)
internazionali. Anche loro facevano solo "réclame", cioè richiamo, propaganda,
diffusione manifesta, messaggio. Non era ancora specializzazione pubblicitaria, forse non
precipua divulgazione e "promotion". Ma i loro tableaux erano incollati,
collocati, nel museo della strada, fatti e creati per tutti e visti da tutti. Erano
"Pop" prima di noi pop. Ma già quel "popular", il (la)
"Pop" non era semplice glorificazione delle merci ma il segno stesso,
limmagine, era ridotta a merce e non pura illustrazione del prodotto. Ma i pop hanno
ricondotto a segno differente il segno comune della merce perché hanno innescato uno
scarto, una valenza diversificata.
Ma anche questi "zii", parenti meno noti, autori di questi manifesti
cinematografici, pur non producendo uno scarto perché obbligati ad illustrare abilmente
il prodotto, hanno anche loro generato il ...popular. Una lingua bassa rispetto a un
lingua délite? (..)